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Il quarto sisma

Oggi ricorre una data drammatica, quella del quarto terremoto dopo il 24/08/1016.

Era la mattina del 18 gennaio 2017. Dalla finestra della casetta dove risiedevo dopo il sisma guardavo la bufera di neve incessante che si abbatteva su Amatrice da quattro giorni e quattro notti. La strada ormai non esisteva più, oltre un metro e mezzo di distesa candida copriva tutt’ intorno lasciando che l’ occhio perdesse l’ orientamento. Dal giorno prima ero già bloccata in casa causa strade ormai impraticabili, la macchina completamente coperta di neve era ormai impossibile da identificare e da giorni, anzi dall’ inizio del mese di gennaio (quando era arrivata la prima ondata di neve) supplicavo che la strada venisse pulita. Messaggi, foto, richieste di aiuto ignorate. Chi vive in montagna sa bene che la neve è imprevedibile, come la natura e temevo una nuova scossa di terremoto perché in quel caso non avrei potuto uscire di casa, ed è quello che avvenne. Ero vicina alla porta nel tentativo di scaldarmi attaccata alla stufa sotto temperature di oltre 13 gradi sotto lo zero, quando un terremoto fece nuovamente tremare le nostre terre, di nuovo movimenti che non lasciavano scampo. Cercai di aprire la porta ma il ghiaccio che si era formato ne impediva l’ apertura, così vissi di nuovo “l’ urlo della terra”, come chiamo ormai il terremoto. Riuscii ad aprirla, il mio cane accanto a me, solo nel giardino c’ ra oltre un metro di neve e con gli scarponi e giubbotto cercai di arrivare al cancello che ormai era incastrato anch’ esso. Lo sollevai dal perno con fatica e mi rifugiai in roulotte, tentai di chiudere la porta ma arrivò un altra fortissima scossa che quasi la ribalto’. Così lasciai la porta aperta e rimasi lì in piedi, impietrita, il cane dietro di me con l’ adrenalina attiva pronto per scappare di nuovo come ormai facevamo da mesi. La bufera di neve continuava incessante, ero già caduta mentre cercavo di correre, ero fradicia, i capelli come se li avessi appena lavati e in piedi in roulotte con la porta aperta, mentre tutto tremava, guardai davanti a me la distesa enorme di neve e avvertii tutto il peso della solitudine di questo mondo, come il naufrago che sull’ isola realizza di essere solo in una situazione di pericolo. ” Ormai non può venire più nessuno a salvarmi, né via terra né via aerea” – pensavo mentre guardavo Mirko e la sua fidanzata che cercavano disperatamente di liberare la loro macchina e mentre urlavo i loro nomi affinché mi vedessero e mi dessero una mano ad uscire su un viale stracolmo di neve. E lì compresi che ciascuno di noi deve salvarsi soprattutto da solo, in un Paese dove non esiste prevenzione. Dopo tanto tempo vidi in lontananza la polizia locale di Milano ( per molto tempo prestò soccorso ad Amatrice dal post sisma del 24 agosto)che, a piedi, saliva in cerca di persone da aiutare. Non mi sembrò vero quando li vidi!! Iniziai a urlare e a sbracciarmi ma non mi sentivano né vedevano tanta era la neve e forte la bufera. Dopo un po’ finalmente mi videro, chiesero il mio nome alle prime persone che incontrarono, con un microfono iniziarono a parlarmi ma, essendo sorda, da quella distanza non riuscivo a sentire nulla. Capii solo il mio nome e tanto mi bastò per sentire la speranza scoppiarmi dentro, finalmente l’ agonia stava per finire! Mi vennero quindi incontro e io mi lanciai letteralmente fuori dalla roulotte col mio cane. Intanto altri abitanti insieme ai poliziotti erano riusciti a liberare una macchina, dalla salita vidi arrivare Simonetta, un piede in una ciabatta e l’ altro senza che insieme ai cani era scappata da casa. Saliamo in questa macchina e veniamo portati nel container della polizia. Nel frattempo si erano fatte le 14, avevamo fame. Tra neve e ghiaccio, macchine bloccate in mezzo alla strada, riusciamo ad arrivare al bar di Fabio (Rinascimento) e mangiamo un panino. Al ritorno nel container incontro l’ esercito, ci penseranno loro a farmi cenare e dormire, dormirò in infermeria, sul lettino. Una trave di legno a mo’ di sostegno della tenda vicino al lettino sarà la compagna che mi terrà sveglia nelle varie scosse.

In quel quarto sisma ciò che mi lasciò sgomenta fu il fatto che mi venne chiesto dove si trovassero frazioni e persone da cui provenivano richieste di aiuto al centralino. Soccorritori e forze dell’ ordine non erano stati dotati di cartine geografiche né di un censimento della popolazione abitante in quel momento ( tempo prima il comune mi chiese di aiutare l’ Associazione Nazionale Carabinieri di Livorno nel censimento, ma il lavoro rimase a metà quando andarono via, tra le tante difficoltà che i soccorritori dovevano risolvere quotidianamente).

Spero che le difficoltà, mancanze e errori gestionali insegnino e che tutta l’ Italia sia pronta ad affrontare sempre meglio situazioni di gravi emergenze, investendo sulla prevenzione e soccorso alle persone, mettendo al primo posto la nostra vita.

Emanuela Pandolfi

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