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Testimonianze Memorial Deceduti Sisma Centro Italia 2016/2017

Mi chiamo Andrea Sebastiani, vivo e lavoro ad Amatrice da Marzo del 2000 e sono un infermiere dell’Ares 118 Lazio, inoltre faccio parte del CNSAS della stazione di Rieti nella squadra distaccata ad Amatrice.
Ore 03.36, la mia vita in pochi secondi cambia. Mi trovavo in casa, dormivo con mia moglie. I bambini (per fortuna!) erano in vacanza dai nonni a Contigliano, un piccolo paese in provincia di Rieti. All’improvviso un forte boato, seguito da una forte scossa, squarcia la tranquillità della notte. Intorno a noi tutto ballava: soprammobili che cadevano, il cagnolino che guaiva dalla paura. D’istinto riesco a mettere sotto il letto mia moglie sperando che fosse un luogo sicuro per proteggerci: sapevo che non dovevo scendere le scale forse crollate. La scossa dura moltissimo, interminabili secondi nei quali l’unica cosa che riuscivo a fare era cercare di tranquillizzare mia moglie abbracciandola.
Dopo il sisma de L’Aquila nel 2009 avevo preso l’abitudine di tenere sul comodino il telefonino sempre in carica e una torcia: è stata la nostra fortuna. Infatti la corrente era saltata e proprio grazie alla torcia siamo riusciti a vestirci rapidamente, a scendere e ad uscire. Fortunatamente la nostra casa ha retto, ha fatto il suo dovere: ci ha protetti.
Esco di casa e mi trovo già di fronte le prime difficoltà. Inizio ad aiutare i miei vicini ad uscire di casa: le porte erano bloccate e ho dovuto sfondarle. Scendo in strada ed incontro il mio amico Emidio , carabiniere con specialità di sciatore e rocciatore . La mia attrezzatura di soccorso alpino era in macchina e, indossato il casco, gli scarponi e lo zaino sanitario decidiamo insieme di evacuare i nostri due condomini: erano presenti delle persone con difficoltà di deambulazione.
Dopo la prima fase di organizzazione dei soccorsi che ho immediatamente dovuto gestire, io e Emidio decidiamo di entrare nel centro del paese. Prima saluto con un bacio sulla fronte mia moglie (sapendo che con il rischio che andavo a correre forse non l’avrei piu’ rivista), pronta per partire verso Contigliano per raggiungere i bambini.
All’ingresso della zona rossa troviamo una scena apocalittica: il paese completamente raso al suolo, principi d’incendio, la polvere rendeva l’aria irrespirabile, la gente veniva verso di noi seminuda piena di polvere e ferite. Erano tutti smarriti e increduli. Nel paese io e Emidio siamo molto conosciuti a causa dei lavori che svolgiamo e proprio per questo molti paesani ci chiedono di aiutarli. Ci indicano i luoghi dove presumibilmente sono sepolti i loro cari, ma ben poco potevamo fare: da soli è davvero difficoltoso. Iniziamo quindi ad allontanare da quell’inferno la gente, con l’aiuto di alcune persone, indirizzandola verso il campo sportivo dove era stato attrezzato un primo posto di smistamento dei feriti.
All’arrivo di un ambulanza dal L’ Aquila lascio l’area triage alla collega e insieme al mio amico e a una squadra di pompieri entriamo nell’inferno e cominciamo e estrarre la persone dalle macerie.
Le persone estratte vive sono immediatamente valutate e immobilizzate con ciò che c’era a portata di mano: porte e persiane per le spinali, pezzi di legno come stecco-bende. Rapidamente vengono portate prima nell’area di sicurezza e, una volta operativi i PMA, trasportati negli stessi per essere stabilizzati e centralizzati in vari ospedali.
Con il passare delle ore affluiscono ad Amatrice numerosi soccorritori.
Le ore passavano velocemente. Solo quando ho chiesto l’ora ad un pompiere mi sono reso conto che erano passate tredici ore dall’inizio di quell’incubo; tredici ore passate nelle macerie senza bere e senza mangiare, pensando soltanto a soccorrere i miei paesani, i miei amici, i figli dei miei amici. Di tanto in tanto telefono alla mia famiglia per comunicare che stavo bene, mentre, dall’altro capo del telefono, mio figlio mi chiedeva di andare a salvare i suoi amichetti. In particolare mi chiedeva di Emanuel, un suo compagno di scuola a cui era molto legato. Ancora ho nella mente la voce di mio figlio Lorenzo: “Papà vammi a prendere Emanuel vallo a salvare, lui il papà non ce l’ha vacci tu!” e invece io già sapevo che quel piccolo angelo non ce l’aveva fatta: il mio amico Marco, anche lui del soccorso alpino, mi aveva già comunicato la notizia.
Tra un soccorso e l’altro vado nelle ambulanze che si trovano ai margini del paese tentando di ripristinare il poco materiale rimasto nello zaino. Faccio il punto veloce della situazione e rientro nell’inferno per procedere di nuovo con i soccorsi. Conclusa questa fase calda mi sono diretto in un PMA del 118 dove c’erano i miei colleghi: lì mi sono adoperato a dare una mano fino a sera quando poi stremato sono tornato a casa dalla mia famiglia, dai miei bambini, da mia moglie, dal mio cane.
Ho provato a dormire ma la mia mente era invasa da scene terribili, rumori, grida delle persone che invadevano i miei pensieri e il mio animo.
I giorni seguenti sono tornato ad Amatrice per lavoro e, inevitabilmente, mi torna in mente ciò che ho fatto il 24 agosto. Mi interrogo su quanto ho fatto quella notte, sulle procedure utilizzate, sia giuste che sbagliate.
Infine un pensiero va a tutti i ragazzi e a quelle persone che non hanno esitato un minuto per aiutarci mettendo a rischio la loro vita, sono loro i veri eroi.

Andrea Sebastiani

Emanuela Pandolfi