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E’ giusto così

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GIORNO DI GUERRA 994

Seduta sulla panchina davanti all’ Istituto Don Minozzi, guardo ciò che ne è rimasto. Dentro una di queste finestre dell’Istituto ormai diroccato c’ era una piccola stanza dove ho insegnato yoga, per molti anni, per poi trasferirmi al centro anziani, nel centro storico di Amatrice, fino al 24 agosto 2016.
Tanti ricordi, conditi da una sorda nostalgia che mi serra la gola, si affollano.Don Francesco, passato poi a miglior vita, mi chiese una lettera da presentare alla Diocesi in cui spiegassi che tipo di disciplina volessi fare e come si svolgeva la lezione. Mi parlava spesso di Don Minozzi, orgoglioso mi faceva vedere la biblioteca e mi regalò un libro che parlava di lui e della sua storia. Spesso, dopo la lezione, con le allieve,ma anche amiche, ci prendevamo una tisana o un caffè al bar, quattro chiacchiere oppure qualche consiglio inerente alla pratica yogica o riguardante la vita. Nonostante tutto i ricordi non possono essere cancellati e uniti al vedere 4 edifici in fase di ricostruzione, una piccola speranza mi si riaccende. Ma, purtroppo, basta andare al cimitero di Capricchia, ad esempio, dove sono stata stamane, per sentire ancora quel nodo in gola, quel malessere, nello stare davanti alle tombe di giovani, giovanissimi, e non posso non pensare che sarebbe stato meglio fossi morta io anziché loro, che non hanno avuto il tempo di assaporare la bellezza della vita. Perché la vita è anche bella, vorrei poterlo sentire dentro in questo terzo anniversario, ma ecco di nuovo quella sensazione di angoscia, malessere, incredulità e dolore. La stessa angoscia che mi ha svegliata stanotte alle 3.46.
Oggi qualcuno mi ha detto “vai avanti, dovete conservare la speranza”. Non lo so cosa accadrà d’ ora in.poi, come procederà e se procederà la ricostruzione, cosa accadrà dal punto di vista sociale (anche se un’ idea ce l’ ho), ma so per certo che non pianifico più ogni momento della mia vita, perché mi ha dimostrato che l’ ultima parola ce l’ ha sempre lei. Io non so se il mondo politico cambierà mai, se anziché pensare in termini di statista o giurista comincerà a pensare in termini umani, perché non credo che abbia ben chiaro cosa è successo. Ma, a questo punto, devo passarci sopra e dar retta a chi mi dice di proseguire, conservando la speranza. Stasera la speranza la dedico tutta alle vittime, affinché trovino un po’ di pace. Vorrei dire loro tante cose, che non riesco a rassegnarmi del modo in cui sono morti, che mi dispiace infinitamente che siano morti in tanti così presto quando avevano tutta una vita davanti, che chi è rimasto a soffrire la loro perdita ha bisogno di un segno, di presenza. Ma una promessa gliela faccio: io non vi dimenticherò mai, né dimenticherò il modo in cui siete venuti a mancare. Io la seguirò questa ricostruzione e pretendero’ la reale e migliore ricostruzione antisismica. Fosse l’ultima cosa che faccio.
Alla vigilia del terzo anno, tutte le lacrime che abbiamo versato devono diventare pietre di acciaio su cui ricostruire, perché nessuno debba più piangere la perdita dei propri cari, perché la vita va tutelata, perché è giusto così. È giusto così.

Istituto P. G. Minozzi di Amatrice

Emanuela Pandolfi